Chiesa e Università

Celebrazione eucaristica a S. Andrea per l’inaugurazione dell’Anno Accademico

La prima delle tre omelie del vescovo Antonio Mattiazzo  è stata pronunciata in occasione dell’inizio dell’anno accademico, le altre due nel giorno dell’inaugurazione dell’anno accademico.

Omelia A.A. 1993-1994

Ecco alcune indicazioni importanti e luminose per orientare l’agire umano sul sentiero della vera saggezza, apportatrice di bene e di autentico sviluppo. Anzitutto la saggezza “rifugge dalla finzione”. Sappiamo bene come l’apparire, l’ipocrisia, la menzogna, l’inganno siano atteggiamenti che inquinano la rettitudine dello spirito, provochino grave disorientamento, seminino disordine nelle relazioni interpersonali e sociali.

Occorre combatterli anzitutto in noi stessi, nel nostro cuore, nelle nostre intenzioni. La norma dell’agire retto e saggio consiste nella ferma adesione alla verità, nella sincerità degli atteggiamenti e trasparenza dei comportamenti; nel ricercare non la vanità dell’apparire, ma il merito del bene.

Lo spirito retto e saggio – ci ha detto ancora la parola della Sacra Scrittura – “se ne sta lontano dai discorsi insensati”. E’ senz’altro un’indicazione di di rilevante attualità, vorrei sire, particolarmente pertinente al giorno d’oggi. Nei tempi difficili di crisi e di transizione, nel delicato passaggio dal vecchio che sta tramontando al nuovo che si intravvede all’orizzonte, ma non ancora con profilo chiaro e definito, di fronte a problemi ardui e situazioni complesse, è facile “aprire la bocca” e dire la propria opinione.

L’abbondanza stessa della comunicazione, diffusa dai mass media tempestivamente, anche se non sappiamo quanto obiettivamente, sollecita ad esprimersi, a prendere posizione. L’uomo saggio, prima di parlare su argomenti difficili, su problemi complessi, circa situazioni controverse, si informa accuratamente, pensa, riflette, pondera, esamina persone, fatti, circostanze con serena oggettività, ricercando le cause profonde, si sforza di guardare le cose dall’alto e di collocarle in prospettiva storica.

Riflettere ed evitare parole e discorsi affrettati, proferiti a vanvera, parlare con senno non è proprio un’avvertita esigenza d’oggi? Un parlare saggio, ponderato, composto dovrebbe soprattutto caratterizzare l’ambiente universitario, al di là dell’intemperanza goliardica.

Antonio Mattiazzo
Padova, Chiesa di S. Andrea – 8 novembre 1993

Omelia A.A. 1999-2000

Rivolgo il saluto più cordiale di grazia e pace a tutti voi convenuti per questa celebrazione eucaristica. La nostra preghiera oggi sale a Dio come implorazione di una particolare benedizione di Dio (Ef 1,3-10) sull’Università degli Studi, su responsabili, docenti, studenti, personale dell’amministrazione.

Chiediamo al Signore che l’università, adempiendo il proprio alto compito, sappia preparare persone competenti per la ricerca e qualificati servizi alla società, ma anche persone animate da sincera ricerca della Verità e del Bene, di quei valori che sono espressione dell’alta dignità umana e del fine trascendente della vita e della storia.

La cerimonia dell’inaugurazione del presente Anno Accademico cade nel corso del Grande Giubileo del 2000.

Al centro del Giubileo c’è Gesù Cristo, Sapienza di Dio fatta carne per la salvezza del mondo, per liberare l’umanità dalla schiavitù e dall’oppressione del male e insegnare le vie della giustizia, dell’amore e della pace (cfr. 1a lettura: Is 61,1-3a. 6, 8b e Vangelo: Lc 4,16-21).

La società di oggi, pur con tutta la sua cultura e scienza così progredita, anzi ancor più per questo, ha bisogno di Cristo.

Perciò il Giubileo significa riscoprire e ritrovare il Principio (l’arché), la Sorgente inesauribile di quel fiume d’acqua viva che è stata la fede e la cultura giudaico-cristiana che ha contribuito in maniera a formare le radici dell’Italia e dell’Europa.

L’Università è nata proprio da quelle radici. Ma sono ancora radici vive per l’università oggi?

E da quelle radici sale ancora una linfa vitale?

Sono domande che lascio aperte alla vostra personale considerazione e responsabilità.

Per la vostra meditazione vorrei sottolineare un versetto della Lettera agli Efesini, che è di capitale importanza considerato in se stesso, come pure per comprendere il senso e l’attualità del Giubileo.

Questo versetto ci rivela il disegno di Dio riguardo al cosmo, l’umanità e la storia.

L’uomo cerca un significato, una chiave interpretativa dell’universo e della storia. Alcuni cosmologi sono alla ricerca di una “teoria del tutto”, che sarebbe una formula matematica ideale alla base della realtà creata. Qualcuno ha prospettato che, arrivando a scoprire tale chiave interpretativa, si conoscerebbe addirittura la “mente di Dio”.

La Sacra Scrittura, che non è un libro di scienza nel senso moderno del termine, ci fa conoscere il disegno di Dio che presiede alla totalità della Realtà: cosmica, umana e storica.

Questo disegno non viene espresso con una fredda formula matematica o teoretica, ma è un progetto che si compie in e con una Persona.

Tale disegno consiste nel “ricapitolare in Cristo tutte le cose…” (Ef 1,10).

Ricapitolare ha il significato di far convergere verso Cristo, condurre a unità in Cristo tutte le linee di tendenza del cosmo, dell’umanità e della storia, perché abbiamo in Cristo pienezza di senso, redenzione, perfezione.

La ricapitolazione in Cristo di tutte le cose vuol dire che Gesù Cristo, nella sua divino-umanità, non è estraneo a nessuna realtà creata, non è un intruso nella storia e nella vita dell’uomo. In realtà tutto è stato creato per mezzo di Lui e in vista di Lui (cfr. Col 1,16).

Gesù Cristo, lungi dall’annullare la realtà della vita, la presuppone, la valorizza, la purifica dal male e la conduce alla sua vera perfezione. Senza Gesù Cristo l’uomo, il cosmo, la storia non possono raggiungere il loro vero fine, sono prede della morte.

È Gesù Cristo la via che conduce all’incontro con Dio, è Gesù Cristo che rivela all’uomo la sua altissima vocazione e gli permette di raggiungerla. È Lui il Principio ed insieme il punto OMEGA verso il quale tende l’umanità (cfr. Ap 22,13).

Il nostro compito allora è di tendere verso Cristo, di crescere continuamente verso di Lui, di aprire verso Cristo e l’incontro con Lui il mondo della cultura, della scienza e dell’attività.

Per realizzare questo disegno imploriamo la luce e l’energia dello Spirito Santo.

Antonio Mattiazzo
Padova, Chiesa di S. Andrea – 25 febbraio 2000

 

Omelia A.A. 2005-2006

1.

Con la celebrazione di questa Santa Messa intendiamo implorare la grazia, l’aiuto di Dio perché l’anno accademico che oggi viene ufficialmente inaugurato ottenga, con il concorso di tutti, le sue finalità di bene e di crescita a vantaggio dell’Ateneo e di tutta la società.

Il cristiano è realisticamente umile e insieme fiducioso. Sa che è necessario discernere il bene, e non può sempre riuscirvi con sicurezza con la sola ragione; ma soprattutto sa che non basta conoscere le scelte giuste da compiere per essere sicuri di realizzarle, a causa della debolezza e incertezza della volontà. Per questo abbiamo bisogno dell’aiuto di Dio e lo imploriamo con umiltà e fiducia dalla grazia di Dio.

Nella preghiera iniziale di questa Santa Messa abbiamo chiesto in particolare la sapienza con queste parole: «Convertici a Te, o Padre, nostra salvezza, e formaci alla scuola della tua sapienza».

L’università è scuola di conoscenza e di scienza. Ma la conoscenza più alta è la sapienza.

La Sacra Scrittura afferma ripetutamente che «L’inizio della sapienza è il timore di Dio».

Il timore di Dio non è paura, ma il senso della sublimità di Dio, sorgente dell’Essere e dei valori, principio e fine di tutte le cose. Senza il riferimento a Dio, la nostra conoscenza rimane imperfetta, e può anche risultare sfuocata ed erronea per quanto concerne i valori umani. Teniamo presente, inoltre, che il peccato ha causato una debolezza della ragione, deviata nella sua razionalità dalla seduzione della menzogna.

Siamo nel tempo di grazia della Quaresima. Facciamo che sia una “scuola di sapienza”, diventando discepoli del Maestro di Sapienza eterna che è Gesù Cristo, Logos eterno e incarnato, mediante l’ascolto meditativo e orante della sua Parola di verità e di vita.

2.

La 1a lettura che abbiamo ascoltato, tratta dal Libro del Levitico, ci ha presentato una serie di precetti di ordine morale. Essi sono introdotti dalla solenne affermazione, significativa e fondativa della santità di Dio: «Siate santi, perché io, il Signore, Dio vostro, sono santo». L’enunciazione dei singoli precetti di ordine morale non è equiparabile all’«imperativo categorico» di Kant. La legge morale, non identificabile con l’istinto, è iscritta nella coscienza, ma è fondata su Dio stesso, che è Creatore e sul fatto che l’uomo è creato a immagine e somiglianza di Dio.

I Comandamenti di Dio, dice la Bibbia, sono dati ed espressi nel contesto dell’Alleanza tra Dio e il popolo, in un rapporto di reciprocità intessuto di fiducia e di amore.

Questo concetto viene espresso in modo limpido e profondo dalla professione di fede di Israele, che Gesù richiamerà: «Ascolta, Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le tue forze» (Dt 6,4-5). È dopo la professione di fede e la conseguente esigenza dell’amore, che viene l’impegno morale: «Questi precetti che oggi ti do, ti siano fissi nel cuore» (Dt 6,6ss).

Oggi siamo di fronte a una crisi dello stesso fondamento dell’agire morale, per cui diventa problematico educare al senso morale. La morale cristiana, poi almeno in alcuni punti, è apertamente incompresa e contestata. Ma è evidente anche il disimpegno morale. Che si configura come irresponsabilità e, a volte, come vera e propria viltà.

Il tempo di Quaresima è tempo di grazia per riscoprire la nostra vocazione alla santità, cioè all’integrità dell’agire secondo verità, rettitudine, giustizia.

Il peccato è sempre caos, disordine, bruttezza. La santità è bellezza, armonia integrale della persona.

3.

Il brano del Vangelo che è stato proclamato è una descrizione del giudizio finale che Gesù Cristo farà, l’atto finale della storia, atto solenne e insieme drammatico, perché il rapporto tra Dio, le esigenze del Bene e della carità e la nostra libertà rimane sempre un dramma.

Alla fine della nostra vita e della storia, il giudizio di Dio sarà sull’amore verso il prossimo, amore non sentimentale, platonico, ma effettivo, concretizzato nei fatti e nelle opere.

Sappiamo come Gesù ha ricapitolato i Comandamenti, la legge e i Profeti nell’amore di Dio e del prossimo.

Il Papa Bendetto XVI ce l’ha richiamato nella sua prima Enciclica, Deus caritas est.

Abbiamo bisogno di ritornare al cuore dell’esistenza cristiana, alla sua essenza profonda e vivificante.

Questo amore evangelico è l’amore al modo di Cristo. Esso è presente solo in modo potenziale in noi. Ha bisogno di essere purificato dall’amor proprio, dall’egoismo, dall’orgoglio, dall’invidia, dalla gelosia, dal narcisismo. Ha bisogno di maturazione.

La preghiera, l’ascolto di Dio, l’umile confessione dei peccati, l’Eucaristia, l’impegno a essere discepoli di Cristo, sono le fonti che alimentano la carità.

Attingiamo a esse con  abbondanza in questa Quaresima.

Antonio Mattiazzo
Padova, Chiesa di S. Andrea – 6 marzo 2006